ALESSANDRO BAVARI
di Gigliola Foschi - ZOOM magazine (n. 184, maggio/giugno 2003)

Un intrico allucinatorio e spaziale dove proliferano fiori inattendibili e strani esseri vegetali alla Marx Ernst, grattacieli spettrali e grandiose architetture piranesiane, desolazioni immaginifiche e foreste di alberelli stile giardino all'italiana. Un trionfo surreale di corpi metamorfici e di esserini che spuntano da buche tenebrose di aspetto maligno. Un'enciclopedia di inquietanti figure polimorfe che agitano braccia molteplici come quelle degli dei indu'. Immagini che scatenano sensazioni tra il pittoresco e l'erotico, I'orrido e il fantastico, costruite con un melange improbabile e perfetto di Hieronymus Bosch e Jan Saudek, Alexander Jodorowski e Odilon Redon, Gustav Moreau e Joel-Peter Witkin, Caravaggio, Giotto e Bellmer.

Diretto discendente dei pittori e dei fotografi dell'immaginario, Alessandro Bavari (che gia' a quindici anni si dilettava creando fotomontaggi e che ha studiato all'Accademia di Belle Arti di Roma) preferisce le suggestioni del sogno e dell'inconscio al mondo reale, le rappresentazioni visionarie all'illusionismo del veritiero. Egli non fotografa la realta', ma da' vita a una nuova realta': un mondo, fatto di allegre mostruosita' e sfrenati simbolismi mitologici, trasmutante come un'allegoria barocca, sospeso tra un passato alla Bosch e un futuro alla Alien (ma molto meno terrifico); tra sogni visionari, grondanti grovigli di verzure alla Gustave Moreau ed esuberanti piaceri della carne. "Sodoma e Gomorra" e' il titolo del suo lavoro; ma non si pensi a turpi scene di depravazione e lussuria, e neanche a cupezze sulfuree. "Ho immaginato queste due citta' come una specie di luna park per visionari dove il mio 'sguardo fotografico' non e' ne' biasimatore ne' benevolente, ma semplicemente divertito e curioso, pronto a cogliere tutto il possibile. Un enorme freak show allestito in una razionalita' geometrica e kitsch come quella dei presepi ma allo stesso tempo sofisticata, in cui perdersi e sbirciare nell'intimita' di un quotidiano tanto ibrido quanto metafisico, per poi ritrovare la strada e perdersi ancora. Insomma, a Sodoma e Gomorra la gente l'ho voluta allegra, creativa e fantasiosa, fino al giorno dell'apocalisse, in cui l'onnipotente, infastidito dalla troppa esuberanza, ha voluto stendere per sempre il suo immenso velo nero" - scrive l'autore nel presentare il suo lavoro alla mostra che si e' tenuta di recente presso la Massenzio Arte e Photogallery di Roma.

Grande ispiratore di questo lavoro immaginifico e' anche l'intramontabile libro Le Citta' Invisibili di Italo Calvino, dove l'autore, attraverso gli occhi di Marco Polo, descrive a un malinconico Kublai Kan mirabolanti citta', sospese tra l'incredibile e il credibile. Cosi' nelle sue Sodoma e Gomorra troviamo echi della calviniana citta' di Tamara dove "l'occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose"; di Zirma, la citta' ridondante che "si ripete perche' qualcosa arrivi a fissarsi nella mente"; o ancora di Zobeide "citta' bianca, ben esposta alla luna, con vie che girano su se stesse come un gomitolo". Come Kublai Kan, che dopo un po' non sta piu' a ascoltare il racconto di Marco Polo, perche' riesce da solo a reinventarsi citta' fantastiche sostituendo gli ingredienti e mischiandoli tra loro, cosi' anche Bavari - seguendo le suggestioni di Calvino - inventa due citta' immaginarie, simili ai sogni in cui s'intrecciano desideri e insospettabili paure, prospettive ingannevoli e regole assurde.

Gia', ma come ha fatto Bavari a realizzare con la "veritiera" fotografia queste visioni architettoniche sospese tra follia e mitologia, deliri della psiche e luna park? Mentre Witkin (l'autore a cui senz'altro la sua opera si avvicina di piu') riesce a creare i suoi ibridi terrifici e perversi utilizzando tecniche tradizionali con interventi su negativo e in camera oscura, Bavari (che ha al suo attivo anche varie partecipazioni a festival internazionali di animazione e arte digitale) si avvale di complesse tecniche di elaborazione digitale.
"Ho creato vari oggetti in 3D per inserirli nella scena" - racconta - "Il paesaggio nasce da scatti che ho realizzato vari anni fa in Costa Rica. E le folle delle persone sono in realta' vari amici, che gentilmente hanno accettato di posare per me". Anche l'effetto invecchiato e materico della carta - simile a quello ottenuto da Witkin con graffi in positivo e negativo ed emulsionando la stampa con pura cera d'api - viene realizzato da Bavari quasi interamente con l'aiuto del computer (interviene su negativo, lavora con inchiostri su carta e acetato, e in seguito digitalizza tali operazioni). "Per 'allontanare' dalla crudezza impietosa della fotografia chi guarda, rni avvalgo della tecnica delle 'patine' a strati, proprio come si usava nella pittura ad olio con le velature, dove, con trasparenti e successivi strati di bitume e asfalto si donava profondita' e distanza all'immagine. L'impiego di tale tecnica al computer non credo che ne pregiudichi l'essenza, accade solo che la tecnologia ci doni nuovi strumenti per fare arte. Infatti sono fermamente convinto che se Leonardo avesse avuto un calcolatore elettronico lo avrebbe certamente sperimentato" ci racconta ancora.
Alessandro Bavari non teme le tecnologie piu' avanzate anche perche' - al pari dell'oramai "consacrato" Witkin - non crea opere che sono solo vuota sperimentazione, ma e' sorretto da un progetto e da una approfondita conoscenza della storia dell'arte che penetra nelle pieghe delle sue immagini senza divenire pura citazione virtuosistica.

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