di Gianluca Marziani

SODOMA & GOMORRA: scritto così, con quella & che attualizza la dinamica millenaristica delle citta' bibliche.
La loro storia inizia nel libro della Genesi, nei prodromi gia' definitivi del pensiero piu' evoluto. Lot e i due angeli, il castigo contro la citta' proibita, zolfo e fuoco divino per distruggere il peccato, la moglie di Lot che si volta e diventa statua di sale, le figlie di Lot che concepiscono la progenie col proprio padre...
sappiamo molto, forse pochissimo, dei luoghi dove l'eccesso si trasforma in virtuosismo quotidiano, degli strani mondi tra razze e specie ormai mescolate in una totale mutazione meticcia. Citta' proibite che sono il regno della lussuria, il paradiso del vizio in cui la moralita' cede il passo all'apertura dilagante dei sensi.
Due spazi ideali diventati archetipo del pensiero tollerante, coraggioso, liberatorio. Centri gravitazionali che cantano un passato radicale mentre tracciano l'elettrocardiogramma dell'apocalisse odierna.

Alessandro Bavari ha intitolato SODOMA E GOMORRA il suo progetto ad alto volume contemporaneo.
Ha pero' lasciato le parole con la congiunzione classica, ridandoci una nettezza didascalica che non reinterpreta il titolo ma lo conduce, con modi mascherati ed onesti, in una stupefacente rilettura cerebrale. Un coacervo denso di memoria, stratificato verso le viscere del passato e la masticazione dell'oggi tecnologico.
La (mia) & sottolinea, invece, lo scarto tra l'eredita' letteraria del capitolo biblico e il ribaltamento impresso dalle opere. Quasi a ribadire cio' che l'artista compie oltre i perimetri delle scritture sacre, ben sopra la retorica della norma, verso immagini mentali di efficacia liberatoria. Una licenza (letteraria) sulla & (licenziosa) per affermare un progetto dalla grammatica universale e dal lessico internazionale.

Bavari compie un excursus nell'iconografia visionaria che, attraversando i secoli, ipotizza il futuro seguendo un'etica avventurosa. E' il viaggio del corpo estremo in un paesaggio che rispecchia le derive della perversione, della libidine sessuale, dell'istinto lucido che diventa regola folle del vivere. Tutto cio' per esaltare, attraverso uno stile impeccabile, la dignita' e l'energia dei corpi modificati, ormai ibridi, abnormi, a meta' tra l'uomo e lo scheletro di animali anomali. Le loro gesta narrano un mondo di dominanze e sottomissioni, massimalismi satanici, riti medievali, atmosfere da fantascienza. Si muovono in una citta' calviniana dove gli edifici mescolano grattacieli visionari con una flora altrettanto mutante, paesaggi desertici con corpi imponenti e totemici, gesti catartici con spazi del degrado consapevole. Posti in cui le figure compiono il proprio rito e creano le liriche possenti del gesto sessuale, esaltando la bellezza di un mondo "altro" ma concettualmente reale. Mentalmente determinato.
Quasi matematico nei rapporti di forza tra soggetti in campo.

Ad assisterci il piu' concettuale dei libri di Italo Calvino, quel "Le Citta' Invisibili" che da anni contribuisce alle visionarieta' architettoniche tra archeologia e futuro. In un capitolo si dice: "Finalmente il viaggio conduce alla citta' di Tamara. Ci si addentra per vie fitte d'insegne che sporgono dai muri. L'occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose: la tenaglia indica la casa del cavadenti, il boccale la taverna, le alabarde il corpo di guardia, la stadera l'erbivendola...". Lo scarto si situa tra cio' che esiste e cio' che percepiamo, tra la verita' fisica e la sua proiezione mentale. Sodoma e Gomorra rimangono archetipi biblici che in molti hanno interpretato, spesso deformato, talvolta compreso nel nucleo metaforico evidente. Per Bavari incarnano i moti lussuriosi da cui e' bandito ogni giudizio morale. Spazi dove l'apparenza nasconde verita' senza tempo, fuori dai confini temporali, plausibili benche' fantastiche. Fuorischema ma non troppo irreali: perche' se l'interpretazione di un passo biblico apre i confini dell'immagine, allora Bavari ci sta mostrando qualcosa che esiste. Sepolto nella memoria ancestrale, incatenato nella testa visionaria. Un quid che rivela la propria presenza subliminale, così come le citta' calviniane stanno crescendo attorno a noi, sempre piu' simili (architettura radicale, megalopoli, periferie, grattacieli, cupole geodetiche...) alle visioni che Marco Polo racconta a Kublai Kan. Un esempio? Nel pezzo "Citta' di Sodoma" ecco alcuni ringonfiamenti del suolo nei cui buchi a groviera vivono alcuni cittadini dei "bassifondi" suburbani. Sul fondale grattacieli e obelischi organici che gonfiano il contrastro classista. Da una parte spuntano forme paleolitiche tra la Turchia e i Sassi di Matera; dall'altra un prototipo metropolitano tra i grattacieli e un verde di forte impatto urbanistico, simile a Singapore e a certe citta' indiane.

La densita' narrativa e la molteplicita' segnica segnalano un autore dalle intuizioni continue, inventivo nelle inquadrature e nelle modifiche digitali, perfezionista nella resa fotografica di un "coloratissimo" bianconero. L'artista fotografa soggetti e dettagli in un incessante lavoro tra interni ed esterni. Privilegia il set da studio quando lo richiede il personaggio coinvolto. Altrimenti gira citta', borghi, luoghi abbandonati, periferie, eventi collettivi, strade, anfratti. Una volta selezionato il materiale compositivo, elabora digitalmente l'opera e la stampa su carta fotografica, mantenendo una perfezione cromatica in cui il bianconero si modula in molteplici variazioni di grigi, toni metallici, bianchi densi, neri dai confini malleabili. Il progetto, col massimo della mimesi formale, esalta la potenzialita' digitale dai modellati pittorici: da una parte creando le convivenze immaginifiche dei livelli figurativi; dall'altra ridando contrasti, bruciature, dissolvenze, segni grafici, deformazioni. L'immagine finale cattura un'atmosfera d'impatto estremo, risultando freddamente perfetta ma emotivamente bollente, come se l'invecchiamento o un manualismo sporco avessero inciso la loro impronta sopra una storia di pura vita in diretta.

Questa visionarieta' appartiene ad universi dove ci si riconosce immediatamente, dove le note comuni pesano piu' delle diversita' individuali. Un luogo culturale che mescola il radicalismo dello sguardo con la sperimentazione estrema sopra le forme. E' una zona creativa in cui le espressioni alimentano un'armonia altrove insospettabile.
Vi pasteggiano la musica, il cinema, le arti visive, la letteratura, il videoclip, tutti vicini in un banchetto che sottolinea l'armonia digestiva di ingredienti comuni. Cambiano gli obiettivi, le prospettive, i valori tra un autore e l'altro; permane la lettura intensa dei contenuti morali, dell'istinto dilagante, delle perversioni liberate, degli eccessi che diventano sguardo sulla propria (ab)normalita'. La paura del vuoto, il dubbio sul dogma, il coraggio della follia: elementi di una comune evasione dai ritmi lineari del quotidiano. L'amore per un corpo in bilico, per un paesaggio mutante, per una contaminazione che mescola categorie e classi: altri elementi di una comune energia davanti al mondo inquieto. Nasce così il suono industriale di Einsturzende Neubauten, cavernoso di Aphex Twin, meccanico di Autechre, astrale di Boards of Canada, enigmatico di Radiohead, amniotico di Portishead.
Così la letteratura fantarealistica di James G. Ballard, ipertecnologica di William Gibson, lisergica di William S. Burroughs, fino ai periferici Jim Goad, Peter Sotos, Monte Cazazza, Hakim Bey.
Così il cinema profetico di David Cronenberg, chimico di David Lynch, mutante di Shinya Tsukamoto, deforme di Ciprì e Maresco. Così il videoclip magmatico di Floria Sigismondi. Così l'arte visiva di autori dirompenti: come Mark Ryden con le sue bambine diafane che irrompono tra sottili horror intimi; Joel-Peter Witkin e le nature vive di un freakismo magistralmente pittorico; Enrico Corte con unÕautobiografia cerebrale che attraversa linguaggi e riferimenti simbolici; Andrea Nurcis coi suoi soggetti stranianti ma familiari; Rinat Baibekov col vampirismo di corpi fiabescamente nordici; Yoshifumi Hayashi e il suo cerebralismo erotico; Filippo Scozzari e l'irriverenza ironica; Daniel Lee e il ritratto di un'umanita' animaloide; Camille Rose Garcia e le favole dal sottobosco maligno; Eric White con le deformazioni grottesche di figure che, in fondo, ci somigliano... Alessandro Bavari disegna i suoi filamenti nella grande ragnatela di un comune sentire. Distende i fili attorno ai fili altrui, li sfiora o annoda, lasciando che altri ricamino i loro fili nel suo mondo autonomo. Resta se stesso e somiglia soltanto a se stesso. Ma dentro la ragnatela accetta il flusso in un peregrinare dove gli artisti nominati confermano un dialogo invisibile e fortissimo.

A Bavari interessa la dilatazione del corpo come fosse uno specchio prismatico della mente. Segue l'onda dei pensieri duri, del riflettere estremo che indaga le proprie attitudini. Finche' trasferisce nelle immagini la sua identita' profonda: che non significa "essere" cio' che vediamo ma "sentirlo" senza alcuna disonesta'.
Se poi consideriamo il talento da cui tutto parte, non poteva che raggiungere tali risultati, così inquietanti e catartici, davanti ad un immaginario che varca i confini semplificati del pragmatismo.

Dietro le storie di "Sodoma e Gomorra" c'e' sempre lei, la magnetica perversione sessuale che avvinghia gli avventurieri di quell'anarchia primordiale. Scontato dirlo davanti al tema che lega le immagini, meno ovvio quando del sesso non vedi nulla in termini pornografici o quantomeno riconoscibili. Il naturalismo degli atti sessuali ha preso la forma di regine dalle mammelle serial i, di corpi coprofili in crinoline giganti, di voyeur nudi che osservano dentro buche sul suolo, di corpi sezionati, di figure femminili con ali e volti da insetto, di una femmina calva dentro la gogna, di un Re sospeso in aria, di ninfomani in abiti sgargianti e sguardi stupendamente perversi. Tutti loro hanno visi che ci turbano, occhi bestialmente sovraccarichi, movenze sinuose e ferine. Esemplare, in tal senso, il pezzo "Aula della Coprofilia" con busti dai muscoli al vivo dentro enormi crinoline (senza la stoffa esterna) che li sostengono. Sotto il corpo prostetico, nella cappa marsupiale del legno rigido, si muovono alcuni umani dalla stazza miniaturizzata, una sorta di dominati masochisti che attendono la loro lezione coprofila, l'unzione materica con le feci della personale liberazione.
L'intera serie non svela le posture del sesso a noi note, non segue gli standard del background classico ma nemmeno le note fluenti della sessualita' di un oriente antico. Qui l'egocentrismo della libidine si apre a gesti sconosciuti, agli istinti sfrenati di chi non conosce vincoli morali. Le azioni condensano il potere della natura con la completa liberta' di un'utopia sociale. Un portentoso flusso anarcoide che anticipa la Roma imperiale e perversa, la Fiume trasgressiva di Gabriele D'Annunzio, gli anni Settanta col loro sogno piccolo piccolo, la felliniana "Citta' delle Donne", i micromondi lussuriosi della Marchesa Luisa Casati, del marchese de Sade e del Barone von Masoch... fino alla carne prosaica nelle saune orgiastiche, nei club fetish tedeschi, nei microcosmi di segretezza e liberta' carnale. Nasce a Sodoma e Gomorra il primo limbo della storia umana, un posto fluido per anime durevoli e corpi preparati. Quasi un'astrazione del vivere: e come tutte le cose estreme, destinata (purtroppo) al cielo nero dell'Apocalisse. L'intera razza umana, in fondo, attraversa quelle due citta' nell'arco di una vita. Qualcuno se ne accorge, altri vivono il passaggio solo nel sogno, in troppi si convincono che il marcio stia da altre parti, lontano dal proprio naso e dai propri occhi. Ma Sodoma e Gomorra non sono così distanti. Anzi...

E allora chiudiamo con una luce sulla qualita' estetica delle opere. Le immagini sono un intricato sviluppo di elementi compositivi. A prima vista ricche oltremisura, denotano un'armonia sintetica dove tutto dimostra un senso e una sensualita' appagante. Per farlo l'artista non improvvisa alcunche' ma ha sviluppato una solida conoscenza delle tecniche espressive, dalla pittura alla fotografia, dal disegno alla grafica digitale avanzata. Ha ritratto, lungo una carriera di sperimentazioni minuziose, soggetti umani ed animali, paesaggi ed architetture specifiche, secondo una curiosita' elastica che ritroviamo nel multilinguismo di questo progetto. "Sodoma e Gomorra" parla la lingua delle nostre inquietudini, dei bordelli interiori, del veleno che ci scorre dentro. Racconta la normalita' dell'assurdo ma anche l'assurdita' della norma comune. Creando un luogo impossibile (?) dentro una geografia cerebrale che esiste e diventa adulta. Plausibile. Assurdamente reale.

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