Feltre (BL), Italy
Galleria De Faveri Arte - Lab 610 XL
8 marzo - 6 Aprile 2008
ORIZZONTI E SOTTOMARINI
di Viviana Siviero
Se si osserva il mare, l’orizzonte appare come una linea precisa, che divide la visione in due parti opposte: un vuoto carezzevole e trasparente al di sopra, un pieno liquido e soffocante, al di sotto.
Il pensiero, in tal caso, è bidimensionale, mentre la realtà rimane un tuttotondo. L’occhio ci inganna, lo spirito lo segue, come spesso accade.
Sollevare quella linea equivarrebbe a scoperchiare i misteri dell’umanità, svelandoli per quello che sono: abbiamo una certa percezione delle cose, che spesso si dimostra soltanto epidermica. Una più attenta osservazione, strettamente collegata al ragionamento, ci rivela come – una composizione che i nostri occhi considerino fantasiosa o sur-reale – rappresenti invece la realtà più vera, in quanto ne riproduce l’essenza.
L’orizzonte non esiste concretamente, rappresenta soltanto il visibile più lontano; è variabile, indefinibile e, di fatto, irraggiungibile.
Alessandro Bavari (Latina, 1963) è un alchimista dell’immagine capace di combinare melencolia (in senso Dureriano, n.d.a.), deformità, ferocia, obiettività e agnosticismo, per modellare attraverso l’uso sapiente della scala dei grigi, un mondo sottomarino che rappresenta, svelandola, l’essenza del reale.
Egli ha trovato il modo, oltre che il coraggio, di sollevare la linea dell’orizzonte, per raccontare la realtà di quel quotidiano abituale, sicuro ed asettico solo in apparenza.
Le immagini che ci circondano, mentre viviamo, somigliano sempre più a fotografie pubblicitarie; le
persone sono sempre più simili le une alle altre, per l’aderenza al modello precostituito ed imposto.
Il mondo che noi viviamo, si riflette sull’acqua, come in uno specchio deformante: così si può immaginare che questa immagine speculare, rappresenti una sorta di dimensione parallela, simile a quella immaginata al di là dello specchio… I punti di riferimento vengono sovvertiti e con essi le certezze dimostrano la propria artificiosità: al di là del conosciuto si apre una prospettiva brulicante, viva e corrotta, simile ad un corpo umano che mostri la muscolatura al di sotto del rassicurante strato di pelle. La stessa muscolatura che ci ripugna, ci permette il movimento.
Così la forma sferica della terra, si metamorfizza in quella di una clessidra, in cui il visibile, rappresenta
la vita affusolata. La goccia che incede nella rientranza sarà costretta, dalla forza di gravità, ad affondare nella polifonia mostruosa e minacciosa del sottosuolo, accogliente perché generoso e sincero
nel dichiarare il pericolo.
Bavari fissa questa realtà, dando vita a paesaggi lunari, in cui l’erba è sostituita da un sottofondo brullo, facile da gestire, come l’ampio pavimento di un centro commerciale. Egli combina elementi tipici
della fantasia tradizionale con oggetti domestici, variandone le dimensioni oltre che la funzione, per
aumentare la sensazione di straniamento: semplici forcine per i capelli, ad esempio, vengono brandite
fino a somigliare ad armi. Ciò che ne scaturisce è un reale pieno di contraddizioni emotive, allo stesso
tempo fantastico, ludico e spaventoso, costellato di architetture avveniristiche, che tradiscono un gusto retrò, nella loro estetica vicina alle scenografie del cinema di fantascienza degli anni ‘20.
In questo contesto si genera il fatto: la necessità dell’animale che ragiona di imporre il proprio potere
su un altro animale che ragiona, con violenza ed arroganza degenerative; la realtà viene deformata
a partire da un dato reale e credibile. Il risultato è un’inaccogliente wunderkammer, abitata da
una corte nutrita e variegata di anime, ora libere, ora costrette: un uomo che somiglia ad un bambolotto, gonfio ed inquietante, si mostra con la propria gogna, mentre una figura materna, ospitale
per antonomasia, viene ritratta in una posa felina, mentre si appresta ad allattare le proprie creature
a sangue freddo. A terra, al posto di una morbida vegetazione, si ergono spine acuminate, che fanno
da contrappunto visivo alla serie di mammelle, che indicano la terra e la loro impossibilità di nutrirla.
Paradisi perduti e paralleli, che ci ostiniamo a non vedere, sono invece figli di primo grado dei moti sociologici e politici del vivere: al centro della poetica dell’artista è il marasma del presente, farcito di orrore, ma esteriormente perfetto come una bambola marcia.
Per Alessandro Bavari tecnica e teoria sono aspetti complementari che si completano vicendevolmente.
L’artista infonde pathos alla propria poetica a partire dal gesto generativo, compiuto con l’impiego dell’elaborazione digitale. La tecnologia permette il controllo aprioristico dell’opera, lasciando
largo margine alla libertà, perché gli errori che si possono commettere (e correggere) sono infiniti.
Quello di Bavari è un decadentismo moderno fatto di divinità plasmate con materiali tecnologici, il cui
memento mori è salmodiato dalla presenza delle rovine: Sodoma e Gomorra sono un pretesto verbale
più che narrativo per ricordare la distruzione seguita alla condanna. Un fatto ripetibile, senza preavviso né coscienza, fintanto che la morfologia dei limiti, resterà soffocata dall’acqua, insieme ad Atlantide, sotto la linea dell’orizzonte.